venerdì 24 maggio 2013 | 15:34

L'operazione

La violenza delle 'ndrine finite nella "tela del ragno": ucciso e fatto a pezzi con la motosega

Il collaboratore di giustizia racconta la macabra scomparsa di Rolando Siciliano. Sono 63 le ordinanze di custodia cautelare contro gli esponenti delle cosche della provincia di Cosenza, colpite anche diramazioni in Lazio, Lombardia e Veneto. Il magistrato: «Dopo 30 anni ristabilita la legalità»
La violenza delle 'ndrine finite nella "tela del ragno": ucciso e fatto a pezzi con la motosega

La conferenza stampa degli inquirenti

COSENZA - Una spirale di violenza che ha insanguinato la provincia di Cosenza, su cui ha fatto luce l'operazione "Tela del ragno", portata a termine dai carabinieri di Cosenza. E' dalla corposa ordinanza che ha portato in carcere 63 persone (5 ancora irreperibili), emergono fatti inquietanti. Come l'omicidio di Rolando Siciliano, assassinato il 20 maggio 2004. A raccontare tutto agli inquirenti è il collaboratore di giustizia Giuliano Serpa, e le parole sono drammatiche: “Fu ucciso da Tundis Francesco, Mazza Mario e Poddighe Fabrizio, a colpi di pistola”. Il cadavere “venne poi fatto a pezzi con una motosega” e occultato. Ma a tutt'oggi non si sa dove sono finiti i resti. E' così che le cosche si facevano giustizia, dunque.

 

Alla fine degli anni Novanta le cosche cosentine tornano a influenzare quelle della costa tirrenica, costituendo una nuova organizzazione finalizzata a commettere crimini mettendo una pietra sopra su ogni conflittualità del passato, compresa l'eliminazione dei cosiddetti scissionisti, Marcello Calvano, Vittorio Marchio, Francesco Bruni e Antonio Sena. Principale obiettivo l'attività estorsiva da estendere all'amministrazione pubblica.

Tutti i proventi illeciti dovevano essere versati in una cassa comune e divisi tra gli affiliati della nuova consorteria, guidati dal “capo zona” Mario Scofano. Ma qualcosa non funzionò come previsto, non tutti versavano i soldi nella cassa del clan. Una situazione che diede fastidio a Giuliano Serpa, il quale si staccò insieme al fratello Ulisse e a Giancarlo Gravina e formò un nuovo gruppo, che operò in altra fetta di territorio, ma in maniera pacifica con quello di Scofano. La tranquillità non durò però molto, forse anche per le nuove alleanze, e scaturì un'altra guerra di mafia che vedeva contrapposti gli Scofano - Martello e i Serpa Bruni.

Omicidi e tentati omicidi si susseguirono, tra cui, come accennato, l'uccisione di Rolando Siciliano, legato agli Scofano - Martello e che poco prima della sua scomparsa si era avvicinato ai Tundis, del gruppo dei Serpa, in particolare a Franco Tundis, amico di suo zio Romeo Calvano. Il trentenne fu prelevato e condotto nelle montagne di Fuscaldo. Il collaboratore racconta quindi che qui venne ucciso dopo che rilevò gli esecutori dell'omicidio di Pietro Serpa, avvenuto poco tempo prima. 

L'OPERAZIONE. «Dopo 30 anni si è ristabilita la legalità» ha affermato il sostituto procuratore generale di Catanzaro Eugenio Facciolla, applicato alla Dda per coordinare l'inchiesta che, ha affermato il magistrato «è una grande operazione che disarticola alcune pericolose consorterie criminali». 

 

Nell'inchiesta, denominata "tela del ragno" sono indagate complessivamente 250 persone. Gli arresti sono stati eseguiti oltre che in Calabria, anche nel Lazio, in Lombardia ed in Veneto, con la partecipazione di 500 militari dell'Arma, supportati da elicotteri e da unità cinofile.

Le cosche che sono state colpite sono Lanzino-Cicero di Cosenza (subentrata a quella dei Perna-Ruà), Muto di Cetraro, Scofano-Mastallo-Ditto-La Rosa e Serpa di Paola, Calvano e Carbone di San Lucido, Gentile-Besalvo di Amantea.

Tra gli arrestati ci sono anche gli autori e i mandanti di diversi omicidi che hanno insanguinato il Cosentino nell'ambito di una guerra di mafia che ha visto tra il 1999 e il 2004 i clan locali contendersi il controllo del territorio. In particolare sono stati ricostruiti 12 omicidi e tre tentati omicidi. 

Ma tra le attività dei clan c'erano anche usura ed estorsioni. E secondo le indagini, coordinate dalla Dda di Catanzaro, la rete dei boss era riuscita a infiltrarsi anche in numerosi appalti pubblici della provincia, specie nella zona tirrenica. Su tutti, quelli relativi alla stazione ferroviaria di Paola, ma c'è anche un capitolo relativo alla Salerno Reggio Calabria. Nel corso dell'operazione sono stati sequestrati anche beni per un valore di 15 milioni di euro.

Durante la conferenza stampa, il sostituto procuratore generale ha rivolto un appello ai cittadini: «Devono collaborare, devono avere fiducia nelle forze dell’ordine e della magistratura. Le risposte ci saranno come ci sono oggi».  Il magistrato ha proseguito facendo esplicito riferimento ai commercianti, agli imprenditori e alle altre vittime della prepotenza mafiosa. 

venerdì 30 marzo 2012 08:55

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